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6 Settembre 2022

I demoni uccello

Avete visto Gli Uccelli di Hitchcock ? Anche voi avete paura delle galline e dei pappagalli ? Un motivo c'è, ed è ben radicato nella nostra storia.

Ci sono infatti varie testimonianze di demoni-uccello con testa di avvoltoio fin dal Neolitico, dove sono rappresentati in statuine fittili con corpo femminile e testa di rapace. Che siano di sesso femminile lo capiamo dalla tunica lunga fino ai piedi, che era riservata all'abbigliamento femminile, e dalle piccole protuberanze eseguite a pizzico per mimare i seni. Tali statuine hanno una diffusione molto ampia, riscontrabile nel Vicino Oriente, nel bacino del Mediterraneo, in Francia e Italia settentrionale (io stessa ne ho trovata una durante degli scavi neolitici a Pozzuolo del Friuli nel 2001). Non sappiamo se vi fossero legami diretti con le divinità a testa d'uccello del pantheon egizio, ma è interessante notare la frequenza con cui i volatili siano presi come simbolo di concetti trascendenti: un esempio per tutti il Ba egizio, rappresentazione dell'anima dell'individuo in forma di uccello. Procedendo fino all'arcaismo greco, troviamo le Arpie, le Sirene e le Kere, donne alate, con denti acuminati, artigli e pelle di colore livido, e tutti di sesso femminile.

Sirene ed Arpie hanno corpo d'uccello e testa umana. Evidentemente l'uccello rapace veicolava significati di morte violenta, in quanto corvi ed avvoltoi erano visti planare sui campi di battaglia in cerca di carcasse di cui nutrirsi. Nell' Odissea, XII vv.39-44, la maga Circe dice delle “divine” Sirene: “ le Sirene lo incantano col limpido canto, adagiate sul prato: intorno è un gran mucchio di ossa di uomini putridi, con la pelle che si aggrinza”, mentre le Arpie nell'Eneide III, vv. 225-258: “ma all'improvviso calando con volo orrendo dai monti arrivano le Arpie, scuotono in aria le ali con enorme fracasso (…) resta nell'aria la loro voce selvaggia in mezzo alle nubi grevi di odore nauseabondo… volando sulla preda, la strazia con gli unghioni, la infetta con la lurida bocca (…) ma le impenetrabili piume, le schiene invulnerabili respingono ogni offesa (…)” In entrambi i poemi questi demoni-uccello non sono descritti nell'aspetto ma accennati attraverso scene di corpi putrefatti. Per traslato, chi si nutre di carogne ne ha anche l'aspetto.

Ma il punto interessante è che entrambi i passi proseguono con situazioni in cui esse manifestano la propria natura semidivina consegnando una profezia agli eroi che le incontrano, così come la sfinge, che, pur avendo corpo felino, è dotata anch'essa di ali. Ciò che è di natura mista è in contatto con il destino, partecipa della divinità, come accade nelle religioni sciamaniche.Venendo fino al VI secolo a.C., l’esempio forse più interessante in ambito etrusco si trova su una brocca del Museo Gregoriano Etrusco di Roma dove è raffigurata una figura femminile alata, nuda, con testa di uccello e zampe legate, che corre; sull’altro lato, connesso con la figura anteriore, c'è un cane rivolto all’indietro.

Con ogni probabilità si tratta di un demone-uccello femminile.  Il sesso è riconoscibile solo dal pube, perché il seno è coperto dalle piccole mani-zampe raccolte davanti e legate con un laccio. (anche se qualche studioso ha interpretato il laccio come piega formata dalla pelle quando le mani sono piegate). La legatura delle zampe è un aspetto molto misterioso di questo dipinto, e ci si è chiesto il perché di questa rappresentazione. Attraverso il confronto con un vaso funebre da Capua, in cui si trovano due satiri con le mani legate dietro la schiena, si è arrivati, come spesso accade, alla conclusione del significato apotropaico: nel caso dei satiri, trattandosi di personaggi appartenenti alla sfera bacchica, il significato di questa legatura potrebbe essere interpretato come propiziatorio: i paniskoi svolgono la stessa funzione protettiva di Pan nei confronti dei morti, e  la loro legatura potrebbe essere un modo rituale per potersi assicurare la loro protezione.

 

Il significato della brocca del Vaticano sarebbe opposto. Dato che il demone–uccello è normalmente

un demone rapace legato, come abbiamo appena visto, alla morte violenta, la legatura magico-
rituale su una brocca funeraria avrebbe un significato sempre apotropaico, ma in questo caso per

difendersi da questo demone e renderlo inoffensivo. La presenza del cane, inoltre, ricorda i riti
magici in cui la vittima dell’incantesimo era costretta a seguire un animale stregato.
La scelta del cane poi non sarebbe casuale, se è
vero che il cane- o il lupo- è legato alle
rappresentazioni dell’Orco (per esempio
Cerbero, il guardiano dell’Ade, oppure che il
cane come animale sacro ad Ecate) e perciò
giustificherebbe ancor di più il fatto che il cane
possa legare con la magia il demone della morte.
Vi è un altro frammento a figure nere, datato al
IV sec., al Museo di Göttingen, che rappresenta
un demone simile: di esso resta la testa
tondeggiante da uccello, con becco ricurvo e
parte del busto e del braccio, che afferra un
uomo nudo.

A parte questi due esempi del Vaticano e di Göttingen, i demoni etruschi, a differenza di quelli greci, spesso non sono nettamente divisi tra uomo e animale (ad esempio i centauri, il Minotauro, le Sirene, che hanno rispettivamente busto d’uomo e corpo di cavallo, corpo d’uomo e testa di toro, e viceversa per le sirene, con corpo d’uccello) ma hanno, ad esempio, testa, braccia e gambe di animale, ma tronco umano.

Un esempio è Tuchulcha , un demone di cui parlerò in un altro articolo , e, anche se non ha aspetti antropomorfi, la Chimera. Questo aspetto sta ad indicare che non erano né umani né animali, ma esseri di natura mista, che potevano prendere entrambe le forme, ma che non appartenevano a nessuno dei due generi. È proprio questa particolarità che ha portato molti studiosi del passato a credere in una dipendenza della demonologia etrusca da quella orientale ( assimilando ad esempio il Charun del kottabos di Montepulciano, vedi sotto, con Pazuzu).

Infatti ci sono  alcuni demoni in area assiro-babilonese, “geni malvagi” di forma antropozoomorfa attestati nelle placche d’esorcismo, che hanno una certa somiglianza con quelli di area etrusca: Lamashtu è il più vicino alla linea mediterranea di demoni-uccello, innanzi tutto perché anch'essa è di sesso femminile. Ha corpo di donna, testa di leonessa, zampe di rapace. In questo caso gli aspetti ornitomorfi si limitano alle zampe. Pazuzu,  “re dei malvagi spiriti dell’aria”, ha corpo e testa di belva (verosimilmente di leone), corna, quattro ali, zampe e speroni da uccello da preda, coda di serpente. Come vediamo questi demoni sono più compositi, le loro parti attingono da varie specie animali, e quindi, mi viene da pensare, da diverse sfere anche a livello spirituale.  La mia ipotesi è che le ali e gli attributi di uccello richiamassero l'elemento aria, i serpenti la terra (più specificamente, il sottosuolo, e quindi per traslato l'oltretomba), il leone è spesso associato, in altre culture, al fuoco, pesci o uccelli acquatici all'acqua.

Concludo con una breve incursione sul folklore del nord-Europa con due uccelli legati al mondo dei morti. A differenza dell'ambito mediorientale, greco ed etrusco, in Irlanda come in Scandinavia l'uccello è presentato nella sua forma totalmente animale come messaggero del divino su terra. Questo ne amplifica la sacralità : come ancora oggigiorno nella religione induista, nel mondo celtico come in altre culture c'erano animali che era vietato uccidere. Nel mondo celtico vediamo il cigno, legato alla poesia (come nel mondo greco, dove è paredro di Apollo) è l'uccello dell'ispirazione bardica e del viaggio verso l'al di là. Ne troviamo forse traccia nella fiaba dei dodici cigni, in cui i dodici principi, trasformati da una fata malvagia, si trasformano in principi, e solo i sacrifici della sorella potranno riportarli in forma umana : la forma di cigno potrebbe simboleggiare semplicemente la morte, come già in altri contesti la metamorfosi animale rappresenta la morte dell'uomo e, secondo un culto misterico che non possiamo identificare precisamente, i rituali dolorosi della sorella li aiuterebbero a tornare dall'aldilà.

Musicalmente, potrei citare la ballata Cruel Sister ( reinterpretata da Loreena McKennitt come «  The bonnie swans ») dove una fanciulla viene annegata dalla sorella gelosa, ma si trasforma in cigno e , anche in questa forma trovata morta sulla riva del fiume, viene utilizzata per la costruzione di un'arpa. (ne ho elaborato una variante in forma romanzata nel romanzo Il canto del dio selvaggio )

Il cigno è un uccello quasi muto e, secondo il mito, canta solo al momento della morte. A questo concetto altamente poetico si ispirano Il bianco e dolce cigno, composizione a quattro voci di Jacques Arcadelt, della prima metà del '500, ma anche il ben più noto Lago dei Cigni di Tchajkowsky dove la fiaba per intero è intrisa di morte.

Tornando al mondo celtico, ma cambiando radicalmente di piumaggio, sono i corvi ad accompagnare la Morrighan, dea della guerra. La loro accezione di predatori che si nutrono di carogne, come visto all'inizio dell'articolo, evocano facilmente tutt'un contesto di morte e distruzione.

Nel mondo scandinavo, sono più noti i due corvi di Odino : Munin e Hugin, pensiero e memoria. Pur non avendo una connotazione funeraria, in quanto si tratta di due messaggeri che riportano alle orecchie del dio tutto quello che avviene nella Terra di Mezzo, fra gli uomini, mi è dato riflettere sul fatto che il pensiero e la memoria è tutto ciò che rimane dei morti, dopo la scomparsa dell'involucro fisico.

Questi argomenti, presentati in maniera succinta, sono oggetto di conferenze musicali che tengo regolarmente su vari temi mitologici. La conferenza di cui questo articolo è un estratto, si chiama « Il popolo alato ».

Per ulteriori approfondimenti, avendo perso le fila di tutte le fonti che ho utilizzato, vi invito alla lettura di un piccolo e prezioso libro intitolato « Con le Ali » di Serena de Gier, illustrato da bellissimi dipinti e corredato da un mazzo di auspici.

Elisa nicotra

Quando mi chiedono cosa faccio nella vita, mi trovo spesso in imbarazzo: per riassumere, potrei dire che ho consacrato tutta la mia vita a cercare ed offrire bellezza - quella piccola inezia così fondamentale per la salute psicofisica di qualsiasi essere vivente – per la mia sopravvivenza e quella di chi, come me, ha un bisogno vitale di armonia e creatività, e mi ritengo onorata di essermi trovata in questi panni - vieppiù variopinti.

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Sono Elisa Nicotra, un'arpista, cantautrice e scrittrice al servizio della corte fatata, e di chi, da qui sulla terra degli uomini, ne ha ancora nostalgia. Benvenuti nella mia corte di miracoli, arte, miti e riti.
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